L’INFERMIERISTICA FORENSE RISORGE DALLE SUE CENERI, COME L’ARABA FENICE

Quando registrammo www.infermieristicaforense.it era un’altra epoca geologica.

Perché nel frattempo la disciplina si è fossilizzata su se stessa, in un tentativo di preservarsi da contaminazioni estrinseche quasi che aprirsi all’esterno fosse un rischio di scoprire carte che non possedeva.

Arretrando in termini di funzione, incapace di conquistarsi autorità ed autorevolezza.

Basterebbe un’analisi delle modalità con le quali si sono seguite lezioni, effettuati i tirocinii, certificate le lezioni e le prove d’esame, redatte le tesi finali, definiti i programmi didattici e formativi, catturati i potenziali studenti. E a quest’analisi in divenire si potrebbe aggiungere di conoscere quanti Ipasvi prima e OPI poi abbiano fatto ricorso a consulenze di infermieri forensi, chi sia stato invitato a convegni ecm e tavole rotonde a ragionare di responsabilità sanitaria e deontologia professionale, quanta produzione peritale ne sia conseguita dallo svolgimento del ruolo, quanti siano gli infermieri forensi in Italia e come distribuiti.

Si corre il serio rischio di non avere risposte.

Aprirsi all’esterno voleva dirsi confrontarsi, spendere il titolo conseguito, depositare perizie, iscriversi agli albi e agli elenchi, produrre documentazioni, studi, ricerche, avviare contratti di consulenza, vedersi aprire le porte dei Palazzi di Giustizia e degli Studi Legali, essere conosciuti e riconosciuti da Giudici, Avvocati, Cittadini.

La realtà incontrovertibile è che l’infermieristica forense è stata misconosciuta anche e soprattutto dalla stessa comunità professionale di riferimento prima ancora che non recepita da alcuna normativa.

Era un desiderata.

A fronte delle prese di posizione di questi giorni corporative, fuori tempo massimo, poco consistenti sotto il profilo delle argomentazioni e che hanno l’aggravante di non entrare nel merito di tutti i contenuti del protocollo sottoscritto e indirizzato dal Consiglio Superiore della Magistratura, dal Consiglio Nazionale Forense e dalla FNOPI (che hanno evitato l’estinzione certa dell’infermieristica forense invece risorta come l’araba fenice dalle sue stesse ceneri), di parole autorevoli se ne registrano poche. Una è stata espressa da Federico Gelli, padre della legge 24/2017, le altre evidentemente contenute nel Protocollo stesso.

Può attestarsi senza possibilità di smentita che l’infermieristica legale e forense ha avvio proprio con il protocollo d’intesa sottoscritto tra CSM, CNF e FNOPI i giorni scorsi, entità politiche ed intellettuali non proprio marginali che si rendono garanti di un processo di riconoscimento formale, sostanziale e tecnico della “specializzazione” che come prima espresso era più presunta che praticabile, autoreferenziale piuttosto che riferimento per professionisti e cittadini, conseguita tra masterifici indiscriminati e procacciatori d’affari.

Che ci abbiano mangiato in molti è fuori di dubbio e storia.

Un titolo monco, misconosciuto e denegato dalla stessa comunità professionale, capace di esistere solo e praticamente sui social, di accedere dalle porte principali degli ambiti di pertinenza, di bassissimo livello complessivo, impercepibile e impercepito dall’ambiente che conta: la Magistratura e l’Ordinistica Forense.

Se poi andiamo a chiedere ad un cittadino chi sia l’infermiere legale e forense, chiudiamo il cerchio…

Oggi si definisce in modo inequivocabile che il titolo preferenziale per l’esercizio della funzione e del ruolo con l’inserimento in albi ed elenchi è uno. E allora che sia, e non quello declarato solo all’interno di una nicchia di masterizzati on line, e non condiviso con coloro che possono trarne frutti: il Consiglio Superiore della Magistratura e il Consiglio Nazionale Forense, non proprio gli ultimi arrivati…

Infermieristica Forense quale contraddizione in termini, stretta tra ambiguità figlie anche del ventaglio di programmi didattici e formativi i più disparati e disomogenei possibili, legata alla concezione del possesso del titolo conseguibile per grazia ricevuta e consumato, di dominio pubblico, tra una lezione on line ed un caffè, un turno di servizio, una partita di calcio sulla pay tv.

Infermieri forensi che non distinguono nella cucinetta di corsia l’etica dalla bioetica, il pubblico ufficiale dall’incaricato di pubblico servizio, il falso ideologico dal materiale, il demansionamento dalla dequalificazione. Figuriamoci in un dibattimento in Tribunale…

Infermieri forensi che ambirebbero ad essere CTU d’ufficio, depositari di un’esclusiva provvidenzialmente deflagrata al primo serio e autorevole protocollo tecnico politico.

L’infermieristica forense era destinata a morte sicura se non fosse che CSM e CNF abbiano alzato il livello del percorso di studi per ambire ad essere inseriti negli albi dei periti e dei consulenti gli aventi titolo, e con essi confrontarsi e dibattere anche in contraddittorio sotto giuramento.

Chi nega questa evidenza non è intellettualmente onesto.

Un titolo che non era riconosciuto da nessuna norma cogente (come invece avvenuto per il master in cure palliative poi ricompreso nella legge 38/2010).

I campi dell’etica, della deontologia, della responsalità disciplinare in ambito aziendale, la sfera ordinistica, il contesto sindacale, la realtà degli studi legali: erano praterie sconfinate da fare proprie e risultanti opportunità non colte.

Infermieristica forense come competenza specialistica con valenza interpares che nemmeno interpares ha avuto riconoscimento complessivo e di portata nazionale, escluso sporadiche eccezioni.

Competenza specialistica che comunque, e purtroppo, nessuno aveva il potere e la misura di certificare.

Sino al protocollo d’intesa, dal quale l’infermieristica legale e forense esce non solo riconosciuta e validata, ma finanche rafforzata nella prospettiva e stimolata al cambio di passo formativo con la previsione del massimo del percorso di studi possibili cassando definitivamente un titolo sino ad ieri più di facciata che di contenuti.

Un concetto di competenza specialistica è possibile apprezzarlo, valutarlo e misurarlo nelle aule di un tribunale, in un albo, in una perizia depositata che farà la differenza con discrezione e qualità dell’impegno intellettuale profuso.

E la doglianza di alcuni che dal protocollo esca un ambito di azione esclusivamente nelle aule di un Tribunale, è infondata.

C’è vita infermieristica forense anche fuori da un Palazzo di Giustizia o di uno studio legale, nel confronto in pubblico ed in plenaria, con lectio magistralis o relazioni preordinate, con pubblicazioni, ricerche, tesi, sintesi, analisi del quotidiano dell’organizzazione sanitaria e del lavoro infermieristico e delle sue articolazioni.

L’Infermieristica forense è solo oggi riconosciuta dal massimo livello della Magistratura e dell’Avvocatura e che discende dalla conditio sine qua non della Laurea Magistrale.

Vedere applicata la legge  sulla responsabilità sanitaria  in chiave professionale infermieristica con “parametri qualitativamente elevati per la revisione e la tenuta degli albi affinché, in tutti i procedimenti civili e penali che richiedono il supporto conoscitivo delle discipline mediche e sanitarie, le figure del perito e del consulente tecnico siano in grado di garantire all’autorità giudiziaria un contributo professionalmente qualificato e adeguato alla complessità che connota con sempre maggiore frequenza la materia”, induce i detrattori a reiterare i grossi limiti di ieri sull’orizzonte tecnico e peritale nel quale invece potevano e possono ancora muoversi gli infermieri forensi, solo a volerlo.

Chi ha il titolo conseguito con i Master può continuare a misurarsi nei contesti che non si fermano al Palazzo di Giustizia e che non sono impediti di essere praticati.

Anzi, la spinta del protocollo valorizza proprio gli ambiti dell’etica, della deontologia, dell’azione disciplinare contrattuale, dell’organizzazione del lavoro, dell’ente di diritto pubblico OPI oggi come IPASVI ieri, dell’associazionismo sindacale quando gli è conferita delega di rappresentanza, nel mondo degli studi legali: tutte entità che possono ben aver necessità di una consulenza e di una perizia extra dibattimentale.

L’infermieristica forense incapace di appropriarsi di questi spazi e volutamente rimasta ibrida per anni, è invitata a materializzarsi per l’ottenuta garanzia di un’area con speciale competenza, idonea e adeguata a rappresentare esperti della discipline specialistiche per la professione di riferimento.

Nel pretestuoso, fuorviante e strumentale pseudo dibattito di chi si straccia le vesti per gli esiti del protocollo sottoscritto da Consiglio Superiore Magistratura, Consiglio Nazionale Forense e FNOPI sul riconoscimento al massimo livello dell’Infermieristica Forense con la I maiuscola, si distinguono poche altre proposizioni di altri puntuali e condivisibili punti di vista da attori della materia e non spettatori marginali.

L’Infermiere Forense 2.0 resta sotto traccia, frequenta i social lo stretto necessario e per costruire qualcosa, fa emergere quel tanto che basta per rispedire al mittente tesi improponibili, predilige la sostanza all’immagine e all’autoreferenzialità. Ascolta le parti, senza pretesa di essere depositario di veritá incontrovertibili. Studia, si confronta, se chiamato a misurarsi si mette in discussione. Esprime il necessario pur possedendo un bagaglio di conoscenze sommerso e pronto al suo ricorso.

L’infermieristica forense ante  protocollo Consiglio Superiore Magistratura, Consiglio Nazionale Forense e FNOPI de facto non esisteva, stentava, si mimetizzava per paura di se stessa, ed è risorta dalle sue stesse ceneri  e non per sua mano…

Restano tante le domande da fare e le risposte da attendere, e che non siano il disco rotto di un mancato coinvolgimento degli Opi provinciali, (legittima sottolineatura ma del tutto ininfluente rispetto a quanto era necessario fare), e nemmeno che la rottamazione del titolo di infermiere legale e forense è conseguente alla forzatura di CSM e CNF e FNOPI.

L’infermieristica legale e forense si è rottamata da se stessa, prima che essere ricondotta a più miti consigli quanto al percorso di studi per l’abilitazione conseguente.

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